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Storia del Tabarro - Il Novecento
Storia del Tabarro - Il Novecento Storia del Tabarro - Il Novecento
Storia del Tabarro - Il Novecento
 

Nel Novecento il tabarro è scomparso di fatto dalle città, definitivamente soppiantato dal più funzionale cappotto. Rimane largamente diffuso nelle campagne e nei piccoli centri, sulle spalle di tutti, notabili e contadini, almeno fino agli anni '50, nero e di panno pesante, impermeabile, ormai solo capo invernale.

Nel periodo fascista, soprattutto in città, il tabarro era proibito perché era un indumento tipico degli anarchici. A Venezia c'era il detto "oh quanti contrabbandi se sconde coi tabari". Tali restrizioni erano applicate con meno rigore in campagna, anche perché il più delle volte era l'unico indumento dei popolani.

La storia più recente del tabarro è ancora nelle memoria di molti anziani. Una bellissima poesia di Cesare Zavattini racconta proprio questo tabarro, il tabarro della pianura, da nebbie e da bicicletta:

   

 
I porta ancora al tabar da li me bandi

I porta ancora al tabar
da li me bandi.
A ghè an vèc dal Ricovar Buris-Lodigiani
c'al sgh'invoia dentr'in fin i oc
cme s'al vrès dir
a vöi pö vedr'ansön.

I par usei
la gent in bicicletta.
Apena al pé
al toca ancor la tera
a turna in ment
col c'i evum vrü smangà.
 
 
 
Portano ancora il tabarro dalle mie parti

Portano ancora il tabarro
dalle mie parti.
C'è un vecchio del Ricovero Buris-Lodigiani
che vi s'involta dentro fino agli occhi
come volesse dire
non voglio più vedere nessuno.

Sembrano uccelli
la gente in bicicletta.
Appena il piede
tocca ancora la terra
torna in mente
quello che avevamo voluto scordare.
 

 

Nell'ultimo dopoguerra il tabarro è andato in completo disuso, fino a ché il Tabarrificio Veneto...

   


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